Lucca in una moneta: Il Santacroce da 25

GLI OGGETTI RACCONTANO STORIE

C’è un momento, nella storia delle piccole repubbliche, in cui la città decide di mettere la propria anima sull’argento, non un santo di convenienza: l’immagine più sacra che possiede, il volto stesso di Dio.

Lucca lo fece fin dai primi anni della Sua autonomia, ma nel 1615, coniando il Santacroce da 25 Bolognini, creò la propria carta d’ identità spirituale, destinata ad essere un icona ancora oggi.

E in quel disco di metallo (peso di pochi grammi, valore di un terzo di scudo) condensò secoli di devozione, politica e identità civica.

Nel 1615 il Senato lucchese ordinò la battitura di una nuova moneta d’argento il cui valore era un terzo dello scudo.

Il Santacroce da 25 riportava sul dritto lo scudo ovale con l’iscrizione LIBERTAS e al rovescio il Volto Santo a figura intera.

La leggenda sul dritto recitava RESPVBLICA LVCENSIS, dichiarazione d’indipendenza incisa nel metallo.

Non era la prima moneta lucchese a portare quel Crocifisso per intero, Nel 1564 era già stato coniato il Santacroce da 15, un denaro d’argento con la leggenda SALVATOR MVNDI e il Volto Santo ( per la prima volta crocifisso è a figura intera).

Ma il da 25 era altro: più prezioso, meglio proporzionato nel sistema monetario locale, destinato a restare in circolazione per quasi due secoli.

Il nome santacroce non era casuale: richiamava la festa del 13 settembre, la Luminara, la processione che ogni anno ripercorreva il miracoloso arrivo del Crocifisso a Lucca. Pagare con quella moneta significava, ogni volta, evocare il rito fondativo della città Cristiana.

Il Santacroce da 25 fu coniato nella zecca vecchia e poi in quella nuova, inaugurata nel 1720. La nuova officina, alimentata da forza idraulica, riuscì a contenere le spese di battitura oltre il 50% rispetto al precedente sistema manuale, e tra i nominali in argento che vi uscivano figuravano grossetto, grosso, mezzo grosso, bolognino, barbone, il San Martino da 15 e il Santacroce da 25.

Nel XVIII secolo le monete lucchesi raggiunsero una raffinatezza e un intaglio di alto livello; la maturità artistica degli zecchieri è riscontrabile nella ricca monetazione settecentesca, altamente apprezzata dai mercati e d’importanza vitale per l’economia repubblicana.

La moneta sopravvisse persino alla Repubblica. Fu coniata anche dopo il 1750 e dai Governi Provvisori che decretarono diverse battiture fino al 1817, ogni volta eseguite con gli antichi punzoni.

Come se Lucca non sapesse rinunciare a quell’immagine nemmeno a cose finite.

Per capire perché quella figura sul rovescio valesse tanto dobbiamo fare un viaggio tra storia e mito…

La Leggenda: Il corpo del Volto Santo fu scolpito da Nicodemo, discepolo di Gesù, che non osò realizzare il volto, completato durante la notte da mano divina.

Rimasto nascosto in Palestina per secoli, nel 742 fu messo su una nave senza equipaggio affinché la Provvidenza lo portasse in salvo; l’imbarcazione approdò solo all’arrivo del vescovo lucchese Giovanni, avvertito in sogno del prodigio.

I buoi trainarono il carro verso Lucca, scartando Luni, che aveva avanzato anch’ essa la volontà di custodirlo tra le proprie mura. Il Crocifisso scelse da solo la propria città.

Un mito affascinante Abbastanza da giustificare 5 secoli di monete.

Tre storie bastano a misurare la portata di quel culto (e quindi il peso simbolico di stamparne l’immagine sull’argento) .

La devozione al Volto Santo è attestata in Inghilterra fin dalla seconda metà del secolo XI: il re Guglielmo II d’Inghilterra soleva giurare Per Sanctum Vultum de Luca.

Un sovrano normanno che invoca una scultura toscana nei propri atti ufficiali: non è devozione privata, è riconoscimento pubblico.

Significa che il Volto Santo era una valuta reputazionale europea, esattamente come lo era ( nel suo piccolo) il Santacroce da 25 bolognini.

Nel 1282 un trovatore francese, venuto a Lucca per le feste di Santa Croce, aveva suonato tutto il giorno senza raccogliere niente. Sul fare della sera, entrò in duomo e cantò la sua più bella canzone ai piedi del Crocifisso. Il Cristo gli gettò uno dei sandali d’argento che ne ornano i piedi nelle feste solenni.

Ogni tentativo di ricollocare la ciabatta al piede della reliquia fu inutile: essa continuava a essere «rifiutata», come se fosse un dono ormai fatto al povero. Ancora oggi quella pantofola non è infilata al piede del Crocifisso: è appoggiata, sorretta da un calice. Il Volto Santo continua a rifiutarla.

Dante conosceva bene i lucchesi e il loro culto. Nel canto XXI dell’Inferno, un diavolo schernisce il peccatore lucchese Martino Bottario dicendo «qui non ha luogo il Santo Volto», come a dire: inutile pregare, la dannazione è eterna.

E aggiunge «qui si nuota altrimenti che nel Serchio», ironizzando sul supplizio immerso nella pece bollente rispetto alle fresche acque del fiume che bagna Lucca

Il Santacroce da 25 non era soltanto un mezzo di pagamento. Era un messaggio. Dall’epoca dei Longobardi fino a quella di Carlo Lodovico di Borbone, la zecca di Lucca coniò oltre duemila tipi di monete, accettate e apprezzate in tutto il continente, veicolo di quella ricchezza che, suggellata dall’effigie del Volto Santo sull’oro e sull’argento, rese i mercanti e i banchieri lucchesi protagonisti della finanza e del commercio in Italia, nelle Fiandre, in Inghilterra e nelle lontane terre del Levante.

Il Volto Santo sulle monete lucchesi era dunque anche un marchio di qualità. Non per caso il grosso in argento con l’effige del Volto Santo, coniato dall’inizio del XIII secolo, rappresentò un vero e proprio marchio riconosciuto in ogni luogo.

Portare quel Crocifisso in tasca, spenderlo al mercato, riceverlo in cambio di merci: era partecipare a un sistema di fiducia che aveva radici nel sacro e rami nel commercio internazionale.

Nessun’altra zecca toscana poteva permettersi quel rovescio.

Era di Lucca, e soltanto di Lucca.

Cosa rimane oggi:

Un recente studio con il carbonio 14, eseguito dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare su richiesta dell’Opera del Duomo di Lucca, ha stabilito che il Volto Santo è la più antica scultura lignea dell’Occidente, databile tra gli ultimi decenni dell’VIII e l’inizio del IX secolo. La scienza ha dato ragione alla leggenda, e al tempo stesso ha confermato che la moneta lucchese portava in giro per l’Europa qualcosa di autentico, anche se nessuno lo sapeva misurare.

Ogni esemplare superstite del Santacroce da 25 vale oggi alcune centinaia di euro nelle aste numismatiche, a seconda della conservazione e della data.

Sono piccoli dischi d’argento che hanno attraversato i secoli, cambiato mano migliaia di volte, pagato il pane e l’olio e il commercio di una piccola Repubblica ostinata. Sopra, quel Crocifisso dagli occhi sporgenti e dalla barba bipartita che un re inglese evocava nei giuramenti e che un trovatore francese aveva fatto ballare.

Le monete durano. I miracoli anche.

Le Repubbliche un po’ meno.

© Fabio Cappellini 2026

Nella Foto, un Santacroce da 25 del 1756

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