Non sono un analista politico.
Non ho soluzioni brillanti da vendere, né la pretesa di chi ha studiato le crisi nei libri e crede di capirle meglio di chi le vive.
Ho però un’età che mi permette di guardare indietro con sufficiente distanza e in avanti con sufficiente paura.
E quello che vedo mi preoccupa.
Sono sparite le bandierine della pace.
Peggio: sono spariti i pacifisti.
Non perché il mondo sia diventato più sicuro. Semmai il contrario. Sono spariti perché la pace è diventata una posizione scomoda, sospetta, quasi immorale.
Chi chiede il dialogo viene guardato come un ingenuo o come un traditore.
Chi si rifiuta di scegliere il proprio fronte viene espulso dalla conversazione.
Chi prova a capire invece di schierarsi viene aggredito.
Questo non accade per caso.
La guerra si prepara prima della guerra
I conflitti non nascono al fronte.
Vengono pianificati a monte, come un business plan.
Con obiettivi, tempi, strumenti.
Il fronte è solo l’ultimo atto, quello visibile, quello che finisce nei telegiornali tra uno spot e l’altro.
Prima viene il lavoro invisibile.
Si inizia dai social.
Si restringe lo spazio alle voci dissonanti, si penalizzano gli algoritmi che amplificano il dubbio, si attacca il pensiero autonomo, quello che non si riconosce in una fede, in un dogma, in uno schieramento.
Quello che non chiede chi ha ragione, ma le due domande che scomodano sempre: chi guadagna? E chi perde?
Trump è un buono? @e Biden? Macron è un buono? Putin è cattivo? La NATO è il sacro baluardo contro il demonio?
Queste non sono domande.
Sono trappole cognitive.
Costringono la realtà dentro uno schema binario che non le appartiene.
Il mondo non funziona così, ma è molto più facile governarlo se lo fai sembrare così.
Le certezze, le verità insindacabili, le fedeltà ideologiche o religiose, vengono vendute come identità.
Appartieni a qualcosa. Fai parte di un clan. E il clan ti protegge, ti conforta, ti dice che hai ragione. In cambio, devi smettere di fare domande.
L’odio non esplode.
Si costruisce. Mattone su mattone, commento su commento, titolo su titolo. Lento, paziente, metodico. Finché l’altro, il diverso, il nemico, l’eretico, non è più una persona ma una categoria.
E le categorie non fanno male quando le distruggi. Non la pensi Come me fai parte dei fascisti.
C’è una parola che torna ogni volta che la storia ha fatto un salto in avanti: eccezione.
L’eccezione è chi non sta nello schema.
Chi fa domande che non andrebbero fatte. Chi vede il re nudo mentre tutti applaudono gli abiti nuovi.
Chi non accetta la norma come destino.
L’eccezione ha sempre lavorato dove gli altri mettevano paletti. Ha attraversato le frontiere del pensiero accettabile, ha rotto i paradigmi proprio perché non li conosceva abbastanza o non li rispettava abbastanza da fermarsi davanti a loro.
E l’eccezione, nella storia, ha quasi sempre un’età.
È giovane.
Dalla rivoluzione francese alle primavere arabe, dal maggio ’68 ai movimenti per i diritti civili, dalla Resistenza alla dissidenza nei regimi totalitari del Novecento: il pensiero nitido e deflagrante, quello capace di indicare il marcio dove tutti vedevano ordine, è partito quasi sempre da chi non aveva ancora imparato ad accettare le cose come stanno.
I giovani non hanno la nostalgia dei privilegi. Non hanno carriere da proteggere, rendite da conservare, paure da giustificare con l’esperienza.
Hanno la rabbia pulita di chi vede l’ingiustizia senza averla ancora metabolizzata come inevitabile.
Quindi il problema è semplice: come si neutralizza questa forza?
Non con la repressione aperta, quella crea martiri, e i martiri fanno brutte figure nelle democrazie liberali.
Si neutralizza con qualcosa di molto più sofisticato.
Si distrae.
Si offre uno spazio enorme, infinito, personalizzato, gratuito, dove esprimere se stessi, costruire identità, accumulare consenso.
Uno spazio dove la rabbia si scarica in un post, il conflitto si consuma in una polemica, l’energia si esaurisce nell’indignazione quotidiana che non richiede nessuna azione reale.
Si frammenta.
Invece di un movimento, mille battaglie. Invece di una rivendicazione comune, una mappa infinita di identità e sottoculture, ognuna gelosamente difesa contro le altre.
I giovani di destra contro quelli di sinistra.
I vegani contro i carnivori.
I progressisti contro i tradizionalisti.
Tutti convinti di combattere per qualcosa di fondamentale.
Nessuno che guardi il quadro intero.
Si indottrina invece di educare.
C’è una differenza abissale tra i due modi. L’educazione insegna a pensare. L’indottrinamento insegna cosa pensare. L’educazione è pericolosa per chi governa, perché produce persone capaci di valutare, dubitare, scegliere.
L’indottrinamento è utile, produce fedeltà.
E poi gli si occupa il tempo…
Lavori precari che assorbono energie.
Ansie economiche che tolgono orizzonte. Un presente così pressante da non lasciare spazio al futuro.
Chi lotta per sopravvivere non ha tempo di chiedersi perché.
Il risultato è una generazione capace, intelligente, tecnicamente attrezzata come nessuna prima e però incapace di aggregarsi intorno a un pensiero comune che sfidi davvero il potere.
Il pensiero critico non è di destra né di sinistra
Questa è forse la cosa più importante da dire, e anche la più impopolare.
Il pensiero critico autentico non appartiene a nessuno schieramento.
Non è un prodotto di destra né di sinistra, non è progressista né conservatore.
È trasversale. È libero. Ed è per questo che fa paura a tutti.
La destra lo teme perché mette in discussione le gerarchie, i privilegi consolidati, la retorica dell’ordine naturale delle cose.
La sinistra lo teme perché mette in discussione i nuovi dogmi, le ortodossie progressive, i processi di esclusione che riproducono, con segno opposto, le stesse dinamiche che criticano.
Il pensiero critico non si accontenta di scegliere il clan meno peggio.
Chiede conto a tutti.
Misura le azioni e non le intenzioni. Confronta ciò che si dice con ciò che si fa.
E non accetta che il nemico del mio nemico sia necessariamente mio amico.
Chiunque, leader, partito, movimento, filosofia che pretenda di possedere la verità e chieda fede invece che ragionamento, è un problema per le generazioni che si affacciano oggi sul balcone della società…
Non importa di che colore sia la bandiera che sventolano questi guru.
I vecchi della guerra, e non intendo i vecchi come categoria anagrafica, ma come categoria mentale: chi ha costruito la propria identità nell’accumulo e nella conservazione del potere, non temono le conseguenze dei conflitti che alimentano. Le conseguenze arrivano dopo.
Dopo il loro mandato, dopo la loro vita, dopo i loro calcoli.
Il profitto è adesso. Il potere è adesso.
E ai giovani, a quelli veri, a quelli che ancora hanno la capacità di indignarsi senza delegarlo a un influencer, spetta un compito enorme e ingrato: capire che il mondo digitale non è il mondo.
Che lo smartphone non è lo spazio pubblico, ma la sua simulazione.
Che il like non è partecipazione, il post non è azione, l’algoritmo non è conversazione.
Il pensiero libero è lento.
È scomodo. Non dà soddisfazioni immediate, non ti mette nel gruppo giusto, non ti garantisce applausi.
Ma è l’unica cosa che abbia mai cambiato qualcosa di reale.
Il re è nudo.
Qualcuno deve dirlo ad alta voce.
E quella voce, nella storia, ha sempre avuto vent’anni.
Fabio Cappellini
Giugno 2026
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